Un romanzo autobiografico per liberarsi dai fantasmi del passato: così Emmanuel Carrère ha inteso il suo ultimo libro, La vita come un romanzo russo. Un ritorno alle radici applauditissimo in Francia - «un piccolo capolavoro» per Evene, «un'autobiografia deflagrante, di cui non si contano più, pagina dopo pagina, le vittime» per Le Nouvel Observateur - con cui l'autore de L'avversario cerca di riannodare i fili della sua infanzia e di mettere fine alla sua predilezione per le storie di «follia, di gelo, di prigionia».
Il risultato è un romanzo che è un intreccio di storie e di rivelazioni. «Ho voluto raccontare due anni della mia vita, Kotel'nic, mio nonno, la lingua russa e Sophie, sperando di catturare qualcosa che mi sfugge e che mi consuma. Ma continua tuttora a sfuggirmi e a consumarmi», scrive Carrère. Così allo svelamento del segreto della sua famiglia - il nonno materno collaborazionista, arrestato dopo la Liberazione e mai più tornato a casa - e al superamento del silenzio imposto per anni dalla madre, si accompagna il reportage su un vecchio ungherese disperso dopo la seconda guerra mondiale e ritrovato, cinquant'anni dopo, in un ospedale psichiatrico russo. Un'esperienza che lo porterà a fare i conti con le sue origini russe e che ha ispirato il film Ritorno a Kotel'nic sceneggiato dallo stesso Carrère.
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